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L’Art bonus va riformato, senza promozione e marketing turistico serve a ben poco

Polemiche in questi giorni a Napoli e Bari su monumenti, cultura, impegno dei privati e valorizzazione. La formula più citata è quella dell’Art bonus, ossia la possibilità di incrementare donazioni private con benefici fiscali consistenti (65%). A parte il fatto che se uno dona per sistemare il patrimonio che alla fine resta pubblico il 65% mi pare pure poco. Lo Stato dovrebbe moralmente essere forse più generoso con chi contribuisce senza peraltro grandi ritorni. Ci si lamenta poi che al Sud le risorse sono poche, a Bari mi pare che si sfiori anche il ridicolo in qualche caso. Riflessione. L’iniziativa va bene se la consideriamo un primo passo, ha mobilitato una ottantina di milioni che sarebbero dovuti uscire dalle casse pubbliche in un momento che vede centinaia di milioni disponibili per i beni culturali sia di fondi nazionali che di risorse Ue. Il punto è che se gli investimenti non vengono fatti all’interno di un progetto di promozione e valorizzazione turistico-culturale sul territorio non danno grandi risultati dal punto di vista dell’industria turistica. Servirebbe dunque una riflessione approfondita su una riforma dell’Art bonus e con una certa sollecitudine. Un banco di prova importante dovrebbe poi essere quello dello spettacolo per affrontare una volta e per tutte l’imbarazzante crisi di fondazioni che gestiscono realtà conosciute a livello mondiale come l’Arena di Verona o il Petruzzelli di Bari. L’Italia dovrebbe essere un Paese-laboratorio. Magari si può discutere guardando a esempi come il Palazzo Strozzi di Firenze o la Scala di Milano. In quest’ultimo caso il ruolo dei privati assume un valore attivo, che genera importanti ritorni di tipo promozionale anche grazie ad attività non strettamente connesse con lo spettacolo, come per esempio quelle legate al settore moda.